Migrante per sempre di Chiara Ingrao

La migrante (non) per sempre di Chiara Ingrao

 di Giovanni Torchiaro

 

 

In uno scorrere diacronico di immagini e filmati, privo di complicazioni narrative di ritorno al passato e di anticipazioni del futuro, Chiara Ingrao, nel suo terzo romanzo (Migrante per sempre, Baldini+Castoldi, 2019), ci racconta una storia di donne in cui la vita della protagonista - Lina - prende forma e caratteristiche dal suo rapporto difficile con la madre. In luoghi ed epoche ben distinti (Sicilia 1962-1969, Germania 1969-1984, Roma 1984-2006), con fabula lineare ma attraverso opportune incursioni psicologiche, l’autrice ci rende partecipi della presa di coscienza del mondo, via via più consapevole, da parte di Lina, fino alla sua conquista della libertà.

Naturalmente la Ingrao è attenta agli eventi storici, sociali e culturali entro cui, o a margine dei quali, la vita di Lina si articola. In particolare, e cogliendo preziosi dettagli, penetra nell’amaro fenomeno dell’emigrazione dal Sud Italia, dagli anni Cinquanta in poi, verso il Belgio, la Francia, la Germania; sfiora le conseguenze della riforma agraria del 1944 nella Sicilia post-bellica, riflette sul referendum sul divorzio del 1974, accenna alla teologia della liberazione. Ma se, in generale, di queste importanti problematiche parla, non si può tuttavia dire che le approfondisca, che vi si soffermi. E, se non lo fa, non è, ovviamente, per indolenza, ma perché ha l’obiettivo di seguire, e di comprendere, la vicenda materiale e psicologica di Lina, dall’infanzia alla maturità - nella vita privata, nel lavoro, nella società - fino al definitivo - tardivo? - rappacificamento con la madre.

Certo, la maturità, e la libertà, per la piccola Lina, sono lontane, e difficili, da venire. Per circa trecentocinquanta pagine del libro, ti verrebbe voglia di spingere la protagonista - dato che sin da subito capisci che per lei emancipazione ci sarà e, trepidante, vorresti che avvenisse il più presto possibile - a prendere iniziative (in amore, nello studio, nel lavoro), per non farla restare in virtuosa attesa dei magici ventuno anni (maggiorità). Ma Lina - postera della Mena verghiana e, perciò, rispettosa della religione della casa - resta ferma, sebbene, già adolescente, e in terra straniera, il suo spirito naturalmente reattivo avremo modo di vederlo venir fuori (cap. Ebenfalls). Il che ci dice che non è una donna inattiva, tutt’altro! Semplicemente, l’autrice segue il proprio ritmo narrativo, il proprio passo, che non concede nulla al nostro desiderio di vedere subito realizzato il riscatto della protagonista: e, tale ritmo, segue a sua volta il tempo reale della storia. La Ingrao non fa fare alla sua eroina improbabili, immotivati salti in avanti, perché il cammino di Lina verso la maturità (attraverso il sesso, l’amore, il matrimonio, la crisi coniugale e il suo ricomporsi, il lavoro, da quello più alienante al  più soddisfacente, l’amicizia, trovata e perduta, l’impegno sociale) ha bisogno di tempi lunghi, cioè normali - passavano i giorni, passavano i mesi, passavano gli anni ripeterà con penetrante anafora la Ingrao - affinché riesca a fronteggiare l’ostico presente e a fare i conti col sempre incombente passato, e la sua vita prenda un assetto regolare che coincida, proprio perché tale, con la libertà conquistata.

Ma, s’intende, seguendo con attenzione l’evolversi della storia, il lettore si rende conto che, per quanto possa restare soddisfatto, con lei, della sua affermazione sociale - finalmente! -, sa che Lina, nel faticoso viaggio, non troverà vero riscatto, dal proprio dolore interiore, fino a quando, in un momento topico della sua esistenza, non capirà, nel pianto sofferto, che all’odio represso per la madre corrisponde un latente, doloroso, delicato, ma al tempo stesso assai più intenso, amore. Va da sé, dunque, che, di questa storia vera, sapientemente romanzata, nulla si capirebbe senza il complicato rapporto tra madre e figlia. È una donna, la madre, che ha molti meriti e tanto coraggio. Capace di sfidare nella Sicilia retriva di inizio anni Sessanta il conformismo popolare che vorrebbe una vedova bianca vestita di nero, quando lei, invece, porta, con i vestiti colorati, i figli al cinema senza il marito, e a prendere il gelato; capace di emigrare in Germania lasciando i figli a casa - destino simile a quello di tante migranti di oggi -; così generosa, fino a rischiare, per aiutare all’estero i conterranei: ad attraversare la frontiera, a trovare un posto per dormire e per mangiare, respingendo ogni forma di ricompensa; lucidamente protettiva delle figlie da dir loro: le mie figlie non devono essere pecore, sottomesse, cioè, a mariti che le tratterebbero come schiave. E, tuttavia, è una madre che pretende dalle figlie - madre padrona - totale ubbidienza e busta paga integra; vede il lavoro come il modo per assicurare alla famiglia un futuro ma su un piano strettamente materiale e, proprio per questo, impedisce a Lina - ragazza dotata e già con borsa di studio - di frequentare le scuole superiori, e perciò di guadagnarselo, il futuro felice e dignitoso, già presto e in Italia, senza venire eradicata dalla Sicilia per essere trasferita in un territorio che non ama (la Germania). Ma, soprattutto, è una madre che non sa baciare i propri figli. Un personaggio controverso a guardarlo coi nostri occhi di oggi ma che - è ovvio - non può che essere così come è. È, dunque, da questa relazione tra una figlia silenziosamente volitiva e una madre dominatrice che la storia diventa libro.

Ma Lina guarda avanti. E, per fortuna, ci sono persone che credono in lei o che comunque le danno speranza: la zia Marianna, soprattutto la professoressa Dioguardi (dovete imparare a parlare in italiano […] dovete avere fiducia del vostro cervello), il marito Piero, Tiraboschi, Centonza, Anna. Lei va avanti fino a trovare la preziosa amicizia di Rosa (Rosario) e, con la fine di tale amicizia, la consapevolezza amara ma fortificante di essere una migrante. O, almeno, Rosa si sente tale: migrante ovunque, anche nella propria casa perché, dirà a Lina: Sono stufa marcia, amica mia di dire a me stessa che prima o poi metterò radici a Roma a Milano o chissà dove […] Chi è stata migrante resta migrante per sempre, concluderà con profetico epifonema.

Ma è davvero questo il destino della protagonista del romanzo? Certo, nell’universo di Lina, in cui la donna non può far ricorso che alle proprie forze e alla propria volontà, sembrerebbe di sì. Nella sua vita, scandita, appunto, in generale, dal ticchettio di regole tragiche di subordinazione al maschio, il maschio non esiste o, se esiste, c’è poco da confidare in lui. Figure scipite e scolorite (il padre, il suocero, e persino il buon marito, assente e mai determinante), i maschi accreditano il vecchio refrain per cui “la colomba costruisce il nido”, svolgendo una funzione assai marginale, di servizio basso, si direbbe. Ma non si tratta - chiariamolo bene - della rivincita di una femminista; è, semmai, il resoconto - precisa fuori testo la Ingrao - di una storia a lei così narrata ed effettivamente così andata. E ne consegue che, in tale storia, la donna è padrona assoluta della narrazione: anche l’albero diventa albera; se gli strappi il frutto piange: è come strappargli i figli. Perché non sono alberi: sono albere.

 

Eccola qui, infine, volare dolce, la mano della scrittrice per bambini, accattivante. Avviene soprattutto in un capitolo (Quannu si cunta è nenti) ma sparsamente per tutto il testo. Trovi un meccanismo uguale ma rovesciato rispetto a quello di Hans Christian Andersen nelle cui fiabe, rivolte ai bambini, senti il “sapore piccante” che soltanto gli adulti possono cogliere: e ti  ritrovi in mano un libro che, scritto per gli adulti, ti irretisce con la affabulatoria, ma non per questo edificante, lingua dei bambini, in cui al dialetto - necessario alla narrazione ma non invasivo/stordente - , in un parlato che non stanca il lettore ma anzi lo stimola a capire il senso profondo delle parole e delle espressioni idiomatiche, ti dice che la storia della migrante Lina, là comincia ma è là che finisce: quando il suo cuore, dolente e ammutolito, solo ma forte - lei piangente,  in una pistacchiera, di un’albera abbraccia il tronco, accarezza l’appiccicume di lacrime e se ne intride - affida a quel dialetto il desiderio  di un abbraccio finale: Vogliu a me ‘ matri! A me’ maa-tri!.

giovannitorchiaro