FABULA RASA/51 La tenacia di Ada

Per fortuna, Margherita Sarfatti (alla quale è dedicato il libro) nel 1917 incoraggiò Ada Negri nel pubblicare quelle novelle che l’autrice considerava un grigio, torbido manoscritto di prose da distruggere, dicendole: Perché? Grigie fin che vuoi, queste novelle. Ma sono una parte viva di te. Certo, avremmo avuto solo le sue raccolte poetiche, delle quali, credo, tutti abbiamo qualche reminiscenza scolastica, ma ci saremmo persi Le solitarie, una preziosa raccolta di racconti al femminile. E solitaria divenne (forse lo era già) Ada, che, dopo una vita da maestra e poetessa, morì fra i suoi libri e il riconoscimento di membro dell’Accademia d’Italia.

Autodidatta e con un’infanzia difficile alle spalle, Ada Negri (1870-1945) si conquista fin da giovane un posto di lavoro, rendendosi indipendente economicamente. Scrive di persone umili così come lo è stata la sua famiglia, lei stessa, interpretando i disagi, le sofferenze, la disperazione di un variegato mondo di donne.

Ho consegnato il manoscritto delle mie novelle Le solitarie. Vi è contenuta tanta parte di me, e posso dire che non una di quelle figure di donna che vi sono scolpite o sfumate mi è indifferente. Vissi con tutte, soffersi, amai, piansi con tutte.

Amica del socialismo e dell’emancipazione femminile, nemica dello sfruttamento e della violenza, esalta la dignità, il coraggio di chi diventa autonoma. Libera.

Chi sono le solitarie? Donne che non cedono la propria anima, ma anche donne che sono state costrette a farlo. Donne disperate che per un aborto clandestino sono morte fra atroci sofferenze. Madri anziane che, affidandosi ai figli, relegate in un cantuccio, muoiono di crepacuore.  Sfruttate, abbandonate, sradicate, disprezzate. Soggiogate dal lavoro, dai genitori, dalle suocere, dai figli, dal marito, dall'amante, dai benpensanti. Donne spente, rese schiave, folli. Donne che si confessano.

È troppo orribile nascere donna, portare in noi per tutta la vita, come un male inguaribile, la fatalità della nostra debolezza. In un mondo maschile che la pensa così: In casa si deve essere obbediti. Non bisogna, quindi, mettere romanzi in mano alla moglie, né dare troppa istruzione alle proprie figliuole. Le donne devono servire. Devono dipendere da noi, in ogni atto e fino all'ultimo centesimo. Fuor di ciò non può esistere ordine.

Brava Ada Negri che riuscì a narrare di rapporti logorati fra coniugi e delle conseguenze sui figli. Forse in questo venne aiutata, purtroppo, dal fallimento del suo matrimonio con un imprenditore che, pensate un po', conobbe solo per corrispondenza.

Profonda Ada Negri nelle sue intuizioni psicologiche, nel tratteggiare figure di uomini e donne nelle fasi salienti della loro vita: adolescenza, innamoramento, matrimonio, vecchiaia; nel descriverne i diversi ruoli, i differenti atteggiamenti nei mille conflitti.

Donne solitarie. Donne che non rinunciano a essere se stesse fino in fondo. Costi quel che costi. Ma pur sempre soccombenti. Magari una, almeno una, si salvi! Sarà Veronetta/Ada, che studia, lavora e, di notte, scrive. Fino a superare il timore della solitudine, lo sgomento di rimanere nel mondo povera in canna.  Perché uno spirito misterioso guida i suoi atti verso un misterioso fine. Perché non vuole vivere senza comprendere chi sia e perché sia venuta al mondo. Ribelle agli occhi della gente per l’originalità, per il coraggio di credere nel sogno dell’amore (abbiamo pur diritto di amarne - fra tanti che passano - uno, di uomo) e della scrittura (Tutto è mio, ma senza che io lo prenda. Per paura di perderlo, l’ho scritto, il sogno), Veronetta si nutre di poesia. Ecco.  È una donna che sconfigge il destino crudele del servaggio. La Scrittura è il suo strumento. La Scrittura diventa preghiera per tutte le donne.

 

ennebi