FABULA RASA /1 Favola ad alta quota

Ogni qualvolta metto piede su di un aereo, mi assale quella leggera ma reale inquietudine. Certo, la supero durante il volo ma… E se questo trabiccolo non reggesse? e se dovesse precipitare con tutte le mie speranze e i miei progetti? Lo so che la nera signora è sempre a noi vicina, come ripetono i fraticelli durante gli esercizi spirituali di buona morte, ma io preferisco vivere. Quante cose lascerei, l’amore che ho conquistato, che mi sono meritata. No.  Non potrei sopportarlo. 

Va bene, direte voi, ma quando qualcuno muore mica si accorge di nulla. D’accordo, rispondo io, ma sempre incazzata me ne andrei. Le nuvole non mi fanno più impressione, sembra quasi di viaggiare in un mondo parallelo. E se fosse questa la vera dimensione? Possibile che duri così a lungo, come una favola? Scivolo dolcemente fra vita e morte, sulle ali che fendono l’aria ovattata. Mi immetto nella rete  che sovrasta l’immensità del cielo, forse pensava a questo Platone quando inventò l’iperuranio? Ma qui non ci sono né dei né miti: solo il respiro sconfinato di secoli, battiti taciuti, pascoli infiniti d’amore. Null’altro. Forse qualche rigagnolo d’azzurro, residuo di fonti originarie. Com’è la vita delle nuvole? Non vorrei essere o diventare una nuvola, morendo, cadendo giù, di sicuro non troverei un altro corpo pronto ad accogliermi. Non vorrei proprio scomparire all’orizzonte, nelle lacrime di un mondo che ti volta le spalle, all’improvviso, come il passato dispettoso. Potrei inoltrarmi per sentieri sconosciuti, va bene, da percorrere a occhi chiusi. Mi aspetterebbero porte da aprire su universi radiosi. Preferisco l’armonia del mio caos privato che fa tutt’uno con quello pubblico.  Ora le nuvole sembrano di neve, forse di ghiaccio? Datemi una slitta, suvvia, o riportatemi i miei vecchi cari pattini d’argento, li ho lasciati splendenti sulla copertina del primo libro che ho letto. Vado a fare un giro sul tetto del mondo e torno subito. Non scordatevi di me. Se la neve dovesse sciogliersi e diventare mare, allora datemi una rotta, così da salpare per l’Itaca che ho sempre in testa. Un veliero, una zattera, che importa! Ho fatto talmente chiasso che il signore delle nuvole mi ha sentito, mi ha invitato a entrare nel suo mondo senza fine. Io gli ho sorriso. E così il cielo increspato come l’onda dell’oceano  aprì i suoi segreti e incominciò a raccontare. E tutti i comandanti inserirono il pilota automatico per ascoltare. Avviso ai naviganti! Il sole si intenerì e il grano finì per maturare. Le sirene si ritrovarono per nuove lezioni di canto. La luna interruppe il suo lungo sonno e le stelle sbadigliarono ma compostamente. Un petalo di rosa sbocciò fra le pagine di un vecchio romanzo d’amore ingiallito mentre l’ultima lettera che ti scrissi, per dirti che non ti amavo più, svolazzava impazzita. Gli aquiloni e i palloncini di tutti i bambini del mondo si erano dati appuntamento come in un raduno di ex compagni di scuola, felici di ritrovarsi ma vogliosi di scappare nuovamente via. E basta con la nostalgia delle cose perdute! Pensiamo al presente una buona volta! Il mondo ha bisogno di credere in Dio, altrimenti le chiese si svuoterebbero. I templi, le moschee, i monasteri. Tutto crollerebbe in un istante. Datemi una conchiglia, basterà a farmi ricordare il rumore del mare che accompagnava le mie lunghe notti, sovrastando la logica della solitudine. E la metafisica del risentimento, quella dove la mettiamo?  Date una mescolata al mio ultimo cocktail e lasciatemi bere in pace. Accendete le luci sulla pista. Ho voglia di ballare!