IL POETA... RLO /5 Euri-dice

Ho sempre amato i miti, forse più delle favole. Ma favole e miti non si incontrano in origine negli archetipi dell’umanità? Orfeo ed Euridice mi hanno sempre fatto innervosire: lei, perché moriva “scioccamente”, e lui, perché la perdeva “frettolosamente”. Molti, come sapete, ne hanno trattato:

(Ovidio, Metamorfosi, X)

Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero (di cosa  avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata?),  per l’ultima volta gli disse addio, un addio che alle sue orecchie giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva

 

(Virgilio, Georgiche, favola di Aristeo e le api)

 Quella disse: “Chi mandò in rovina me misera e te, o Orfeo,

 quale grande follia? Ecco di nuovo i crudeli fati mi chiamano

 indietro e un sonno seppellisce gli occhi che vacillano. Ora addio:

 vengo trascinata dopo essere stata circondata da una notte profonda

 e mentre, non più tua, tendo a te le mani prive di forze!

 Parlò e improvvisamente fuggì dagli occhi,

 come il tenue fumo mescolato all’aria, e Orfeo non vide

 che cercava invano di afferrare le ombre e che voleva dire

 molte cose, e il traghettatore dell’Orco non accettò

 che quello attraversasse nuovamente la palude posta davanti.

 

(Angelo Poliziano, Fabula di Orfeo) 

Ahimè, ecco che l'eccessivo amore ci ha perduti entrambi. Ecco che io ti vengo sottratta a forza e non sono ormai più tua. Tendo a te le braccia, ma non serve, poichè vengo tirata indietro. Addio, mio Orfeo!

 

(Cesare Pavese, L’inconsolabile, dai Dialoghi con Leucò)

Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato  e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue.  Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi  voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolio, come d’un topo che si salva.

La foto è tratta dal Poema a fumetti di Dino Buzzati.

Ed io ho immaginato, nella sintesi personale, che nell’Ade, dall’Eternità, lei parlasse a Orfeo così.

 

Euri-dice

 

Orfeo adorato, musico cantore

ricordi quando

fra i miei capelli il tuo profumo hai sparso?

Quel giorno felice

nel mio bosco sei apparso

tu, figlio di Calliope, poeta dell’amore!

Diffusa era in Tracia

l’eco della tua fama magna;

con il canto, delle belve vincevi

la ferocia,

con la dolce armonia smuovevi

la montagna.

Caro marito, appassionato amante

dal nido fra i rami

la quercia dell’infanzia non più sente

i baci  né i sospiri lontani.

L’amore mi ha nutrito

cuore e mente

moglie devota donna appagata,

ma il desiderio altrui

sopra un serpente

mi fece cadere, desolata.

Il morso mi costò la vita, come sai,

e mi condusse nel regno delle ombre

da cui fuggire non si può giammai,

chiusa nella gabbia del sempre.

Là vagavo nelle tenebre maligne

sprofondando nella malinconia

fra morte e pianti rassegnati.

Non avrei più goduto della lira

la tua struggente melodia

ma subìto di erranti spiriti bruti

gemiti disperati.

Il ventre della terra è

freddo e oscuro

le sabbie del tempo ferme.

Ade e Persefone  sovrani

di questo mondo  nero

rendono l’aria e la punizione eterne:

tutti i lamenti sono vani.

Ma tu scendesti con il tuo canto

nel sotterraneo regno della morte

mi volevi di nuovo al tuo fianco:

così cambiasti la mia sorte!

Seppi che la pietà era entrata lì

negli inferi nefasti

dal momento in cui, amato mio,

per amor  della tua sposa persa

tu arrivasti.

Dalla fedele lira

la dolce nenia sparsa

perfino nelle Erinni furiose

un velo di compassione pose

e la promessa del mio ritorno

strappasti!

Come fosse ancora in vita

il mio cuore esultò

lungo il sentiero verso la luce

riaffiorava la felicità smarrita

la speranza coltivò

di abbandonare il luogo truce.

Cominciai a seguirti

e ad ogni passo

quante cose pensavo in cuor mio

di dirti,

mi concentravo per non pensare

che null’altro potesse colpirmi più

dell’avvenuto trapasso

del mio infelice io.

Mi sbagliavo, ahi, quanto mi sbagliavo!

Proprio all’uscita,

quando già s’intravvedeva la luce

ti fermasti, e no!

Noli respicere!

Ma tu, amor mio, ti voltasti e

un’ultima ferita

il destino crudele m’inferse.

Ora, mio amato, ti parlo

dall’Ade

dal luogo ove tu stesso sei venuto

a cui, ahimè, per sempre

mi hai riconsegnato.

Ma dolce è il lamento

che ormai s’ode:

con tutta me stessa

ti ho perdonato.

Lì per lì, sull’uscio

con le mie mani  t’avrei strangolato

ma, poi pensai, Orfeo

non ha resistito,

si è voltato.

Perché?

Per troppo amore, capii,

Euridice di nuovo muore

e così tornai con animo mesto

nell’eterno guscio.

Del resto, mio caro,

se mi avessi meno amato

all’Inferno

nemmeno un folle sarebbe sceso

e così, ancora oggi, mi consola

da lontano

che un’ultima volta pur da ombra

ti ho dato la mano.

 

ennebi