FABULA RASA 29/ Il cortile di Fausta

Non vorrei annoiarvi con il solito ritornello-lamentela della damnatio memoriae (che pesa come un macigno) sulle autrici che leggo, ma di sicuro, una causa a monte - superficialità, indifferenza, insofferenza - ci sarà pure. Mi rifiuto di pensare che si tratti di casualità o congiura divina. Eppure, anche a Fausta Cialente (1898-1994), scrittrice, giornalista, traduttrice, sceneggiatrice, così come a tante altre autrici del Novecento italiano è toccata quella sorte. Attiva nel dibattito culturale, sociale e politico del suo tempo, oggi è praticamente sconosciuta ai più. Certo, fu donna schiva alle ribalte ma, io dico, per fare letteratura autentica è necessario scriverla e, non tanto, apparire in pubblico o, peggio ancora, diventare schiavi del proprio personaggio. Stiamo parlando del Premio Strega 1976, e tuttavia i libri di Fausta sono introvabili. Perché non ripubblicati. Il romanzo - a detta di molti il suo capolavoro - che sono riuscita a leggere perché riedito nel 2013 da il Corriere della sera, collana Grandi autrici, diretta da Dacia Maraini, appartiene agli scenari levantini (l’autrice visse in Egitto per 26 anni con il marito) e si intitola Cortile a Cleopatra, scritto nel 1931e pubblicato per la prima volta nel 1936.

Marco, anima libera, solitaria e vagabonda giunge nel sobborgo di Alessandria dove ritrova la madre che l’ha solo partorito - è stato allevato dal padre italiano, pittore imbianchino - e, con essa, tutto un mondo che cerca di ingabbiarlo nei ritmi monotoni di una vita “normale”: lavoro, matrimonio, responsabilità. Quando pare che ciò accada tutto invece precipita. Sotto il fico del cortile, in uno scenario semplice e povero ma affascinante ed esotico, diventiamo parte integrante del vicinato, del coro di donne che tenta di ammaliare lo straniero. Non scrive, Fausta Cialente. No. Dipinge affreschi di parole con lo stile sobrio e intenso di un lirismo, ormai perduto. Il profumo delle spezie ti penetra nelle narici, nei frutti succosi affondi i denti, sulla pelle senti il vento del deserto e del mare, e vedi muoverti intorno fianchi sinuosi, visi dipinti, tintinnare monili, serpeggiare emozioni e sensazioni, in una danza variopinta ma armoniosa di un universo femminile più vicino che mai. Orchestra, la Cialente, legami e separazioni in un destino che sembra sorprendere lei stessa, nel finale amaro. Beatrice, la scimmietta compagna di libertà diventa il prezzo da pagare, per un Marco che simboleggia il viaggio e la fuga in un eterno ritorno esistenziale.

 

ennebi