FABULA RASA 38/ La sfida di Colette

 

Avevo letto tempo fa Chéri e Lettere a Missy, grazie alle collane del Corriere della sera dedicate a I classici della letteratura. Grandi autrici e Lettere d’amore. Sto parlando, naturalmente, di Colette, sulla cui vita, di recente, è uscito un film.  Avevo già visto due film tratti da due suoi romanzi, Gigi del 1958, che tratta dell’educazione di una fanciulla destinata a fare la cortigiana, e Chéri del 2009, nel quale l’autrice, sotto le scoperte spoglie di una cortigiana e del figlio diciassettenne di una sua collega, racconta al mondo intero la sua storia d’amore con il figliastro, figlio, cioè, del suo secondo marito, il giornalista Henry De Jouvenel. Perché, di mariti, ne ebbe altri due: il primo, lo scrittore-giornalista Willy, e il terzo, Maurice Goudeket, anche lui giornalista. Nessuno dei tre riesce a domare la gatta vagabonda cresciuta nella libertà della campagna in Borgogna. E nemmeno Missy, la sua amante storica.

Scrittrice, attrice, ballerina, sceneggiatrice, giornalista, critica teatrale. Ma soprattutto lei, Colette.  Al secolo Gabrielle Sidonie: con la sua incontenibile voglia di vivere, di godere, di scandalizzare. Di affermare la sua personalità forte e poliedrica, dopo avere subito i ricatti del primo marito che pubblica come propria la serie di romanzi Claudine, dei quali, ispirata dalla sua adolescenza, è la vera autrice. Già da questi esordi emerge l’intensità ma nello stesso tempo l’anticonformismo di una donna che non vuole nascondere nulla della propria vita.  Il desiderio sessuale che investe uomini e donne, l’inclinazione allo scandalo, l’assoluta mancanza di vergogna e di sensi di colpa. Nel 1949 è diventata presidente dell’Académie Gongourt di Parigi e nel 1954, quando, dopo una lunga paralisi per un’artrosi all’anca, morì, fu la prima donna nella storia della Repubblica Francese a ricevere i funerali di Stato.  Mi sembra di vederla girovagare nelle folli notti, vestita da uomo, e sul palcoscenico del Moulin Rouge  esibirsi nuda e in pose saffiche.  Mi sembra di sentirla amare, tra gli  eccessi, i suoi personaggi reali. Ma soprattutto percepisco e ammiro la libertà che ha perseguito fino alla vecchiaia, senza ripensamenti o rimorsi, ma con coraggio e grande ironia. Come dice Lea, la cortigiana che lascia andare il suo giovane chéri: Amo il mio passato. Amo il mio presente. Non mi vergogno di quello che ho avuto e non sono triste perché non l’ho più.

 

ennebi