FABULA RASA /48 L'abbandono di Donatella

Non seguo quasi mai le mode e ho personali tempi di lettura, compro libri su libri e quando sento che è arrivato il momento li leggo. Così è successo anche per L’Arminuta, Einaudi, romanzo con cui Donatella di Pietrantonio ha vinto nel 2017 il Premio Campiello e il Premio Napoli.

Chi è l’arminuta? La ritornata, in dialetto abruzzese. Ritornata da dove? Qui cominciano i problemi. Perché questo libro rimette in luce un’antica consuetudine, ormai fuori moda (anche se oggi ci sono adozioni di altro tipo) ma che nel Sud, dove io vivo, era molto diffusa. Sto parlando di figli in più: gemelli inaspettati, prole numerosa, affidati a nonni, zii, parenti in genere, sia vicini che lontani. I motivi, i più svariati: perché la mamma era malata, perché doveva lavorare, perché non aveva latte o tempo necessario per crescere tutti i figli che sfornava, perché non si riusciva a sfamarli, perché si desiderava che crescessero in condizioni migliori.

Conoscevo una bambina affidata a dei parenti senza figli che vivevano in città: non erano le stesse condizioni dell’arminuta ma credo che il suo dolore per l’abbandono, ora che ripenso alle sue parole, sia stato identico. Tornava in paese solo per le vacanze. Non li ha mai perdonati, i suoi genitori naturali - si è sempre sentita fuori famiglia - anche adesso che sono morti. Già, ma a chi si appartiene se si viene sdoppiati? A quelli che ti hanno generato o a quelli adottivi? o a nessuno dei due? Eppure il bisogno di appartenenza e il processo di identificazione sono entrambi necessari per la crescita in armonia con se stessi, con la propria identità. Come si fa a ritrovarsi con chi ti ha abbandonato, o addirittura ad amarlo? Questo romanzo va nel profondo, nel cuore del dolore, e lo fissa in una scrittura agile e tagliente.  Il dolore sembra inesprimibile ma qualcuno, scrivendone, riesce a fartelo toccare con mano. Perché l’abbandono è questo, un abisso nel quale precipiti: A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre, e dal quale diventa quasi impossibile risalire: Sul cuscino mi aspetta ogni sera lo stesso grumo di fantasmi, oscuri terrori. Ma può essere subìto anche vivendo in famiglia, come l’autrice racconta della sua vita, se tua madre non ha tempo, affetto, tenerezza per te.   

Un’odontoiatra, la nostra Donatella, che scrive alle prime luci del giorno per riempire i vuoti dell’infanzia. Afferma di scrivere “per lampi” e mi sa che è vero. Per fare luce dentro di sé non c’è altra strada se non quella che ci fa attraversare le tempeste della vita. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

 

ennebi