FABULA RASA /49 Il terzo occhio di Lucia

Come ormai sapete adoro i racconti ma non prediligo gli autori oltreoceano - troppo pragmatici per i miei gusti. Ho dovuto cambiare idea dopo aver letto, sotto l’ombrellone, quelli di Lucia Berlin (1936-2004).

Nelle storie che racconta, molto autobiografiche, il linguaggio è conciso e diretto. I resoconti di vita, implacabili, ti inseguono fino a catturarti. Lucia Berlin - La donna che scriveva racconti, Bollati Boringhieri, 2016 - è la donna che visse non una, non due, ma mille volte e di queste vite ci rende partecipi, non spettatori o, peggio ancora, lettori passivi.

Cara Conchi, ho scritto un racconto, “Mele”. Joe ha detto che era affettato e falso. Che dovrei scrivere solo di quello che provo, e non inventarmi qualcosa su un vecchio che non ho mai conosciuto. Proprio quello che Lucia ha fatto. Ma c’è di più… Quando avevo undici anni una zia mi regalò un diario. Ci scrivevo roba tipo: sono andata a scuola ho fatto i compiti. E così cominciai a fare monellerie tanto per avere qualcosa da scrivere. Non si è fatta mancare proprio niente: famiglia di alcolisti, scoliosi devastante, abusi, aborti, prigione, analisi, tre matrimoni e divorzi, quattro figli, alcolismo, disintossicazioni, relazioni difficili, separazioni, indigenza, lavori umili e i più disparati. Le strade che ha attraversato Lucia sono molte ma soprattutto impervie. E alla fine, o forse fin dall'inizio, tanta, ma tanta solitudine.

La stessa donna per racconti diversi, ma tutti con lo stesso spirito: ironico, acuto, combattivo. E questo non è tutto: la Berlin è, a mio parere, munita di un terzo occhio, col quale - vera dote naturale, spontanea, istintiva - scrive il racconto della sua vita sapendosi dare totalmente, senza inutili circonvoluzioni né frivolezze.

E una giornata fredda e tersa di gennaio. All’angolo della Ventinovesima compaiono quattro motociclisti con le basette, come un filo di aquilone. Una Harley in folle alla fermata dell’autobus; dal pianale di un pick-up del ’50 i ragazzini salutano con la mano il motociclista. E finalmente piango.

 

 

ennebi