FABULA RASA /53 I tumulti di Grazia

Canne al vento, Grazia Deledda, vide la luce nel 1913, ma credo che la gestazione - dato che ogni libro è pari a una creatura - sia cominciata già nel 1900, con Elias Portolu. Me ne sono resa conto avendo letto quest’ultimo romanzo da poco, mentre, quello che è considerato il capolavoro della scrittrice sarda, già diversi anni fa.

Come dice tuo padre, tu non sei un uomo, sei un fuscello, una canna che si piega al primo urto di vento. Elias Portolu

sperare, sì, ma non fidarsi anche; star vigili come le canne sopra il ciglione che ad ogni soffio di vento si battono l’una contro l’altra le foglie come per avvertirsi del pericolo; ... era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa. Canne al vento

Ciò che mi avvicina alla Deledda è questa consonanza lirica fra il paesaggio e l’anima. L’impeto dei sentimenti. La durezza del paesaggio. Lei, del resto, era come la sua scrittura, ma, ancora prima, come la sua terra.

Il critico teatrale della Tribuna di Roma, Stanis Manca - di cui si innamorò non ricambiata -, la equiparò a George Sand, ma in compenso ebbe due celebri stroncature: Emilio Cecchi e Benedetto Croce.

La risposta più eclatante la diede l’Accademia svedese: Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita qual è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano. La motivazione che le valse - unica scrittrice italiana - il premio Nobel per la Letteratura, nel 1926, lo dice bene: la potenza, la plasticità, la profondità, il calore, ma soprattutto l’ideale. …e se riesco a fare qualcosa è per amore della nostra cara e povera Sardegna, unico, primo, ultimo ideale della mia mente e del mio cuore. È tutto questo che fa della Deledda una vera scrittrice. Determinata fin da bambina a scrivere, sfidando le difficoltà dei tempi, continuò a farlo per superare tutta una serie di dolorose vicissitudini familiari. Altro che l’umile fanciulla molto ignorantella che si professava agli esordi!

Nel 1899 (incontrai l’uomo della salvezza e decisi che lo avrei amato per sempre) sposa Palmiro Madesani che diventa perfino suo agente: sarà Luigi Pirandello a beffeggiarlo come Grazio Deleddo in una feroce satira.  Ma Giovanni Verga e Giuseppe Ungaretti la apprezzavano molto. Così come il re Vittorio Emanuele.

Fu seppellita a sessantaquattro anni nella chiesetta della Madonna della Solitudine a Nuoro. Poteva considerarsi soddisfatta, visto il suo temperamento solitario e il grande amore per la sua Sardegna.

 

ennebi