FABULA RASA /58 I vicoli di Maria

Cosa sono per Maria Messina i gorghi dell’omonima raccolta di racconti (I piccoli gorghi, 1911) se non originari vortici dai quali ti senti attratta ma che, al tempo stesso, possono facilmente risucchiarti l’anima? In uno di questi, L’ora che passa, l’autrice siciliana, sconosciuta ai più - nonostante una recente “riabilitazione” nel novero delle scrittrici italiane del Novecento -, descrive l’amara condizione di una giovane maestra, Rosalia, appartenente a una famiglia piccolo-borghese.

[…] Vieni? No – rispose Rosalia – io aspetto mio padre[...] Ma la sua coscienza era inquieta. Una voce interna l’ammoniva di non abbandonare la famiglia. […] Ma da qualche tempo non sapeva più dove attingere nuova forza. […] Sentiva un vuoto intorno a sé, come uno che ha perduto qualcosa di vitale. […] Fu ripresa da una sorda irritazione contro tutti, contro se stessa, specialmente; perché le parve di non essere proprio lei, con la sua volontà, a reclamare i diritti della vita, ma un’altra persona, fusa nella sua, che guardava con implacabile desiderio una via differente. Si diceva sempre “per ora”, e si era sempre allo stesso caso.

Cos’altro ci si aspetta da   donna che già ha dato tanto? Conosciamo bene la risposta: che sacrifichi la sua vita a vantaggio di quelle della famiglia di origine. Come può pensare a sposarsi se deve aiutare ancora due fratelli maggiori e altre sorelle. Tra racconti e romanzi, i vari titoli della Messina (colpita dalla sclerosi multipla da morirne a 54 anni), autrice apprezzata dal Verga con il quale si interfacciò attraverso una lunga corrispondenza e dallo Sciascia che la considerò la Katherine Mansfied siciliana, la dicono lunga sulla condizione femminile del tempo: Le briciole del destino, Il guinzaglio, L’amore negato, Alla deriva, Primavera senza sole, Un fiore che non fiorì. 

Ma è La casa nel vicolo il romanzo la cui scrittura mi ha fatto toccare con mano, attraverso piccole vicende reali, il senso drammatico della vita - di certo perché anch'io, donna del Meridione, conosco bene questo paesaggio fisico diventato condizione esistenziale-sociale-culturale della donna, e, mi chiedo, tornando con la memoria nei vicoli del mio paese, se ancora persiste. Spero che nessun’altra donna come Nicolina, la protagonista, abbia a trovarsi nello stato di servitù, costretta a sottomettersi - in tutti i sensi - al marito di sua sorella, obbligata per necessità a vivere sotto lo stesso tetto. Il cognato non conosce se non la propria legge: quella del padrone. Le donne di casa - la moglie, la cognata, le figlie - sono ridotte in uno stato di sudditanza totale. Niente e nessuno scalfisce il tiranno, nemmeno il suicidio dell’unico figlio maschio.

E la vita ricominciò di nuovo, con le sue giornate uguali. La casa nel vicolo, regolata come un orologio, sembrò piena di pace come prima. Ognuno riprese le vecchie abitudini che si susseguono meccanicamente, come i gesti della mano che lavora. Ciascuno visse, per sé, con una grande solitudine dentro l’anima; estraneo, indifferente a quelli che respiravano la stessa aria e tagliavano lo stesso pane, come gente che vive nello stesso albergo senza conoscersi.

Quante tragedie e soprusi, ahimè, nascosti fra l’indifferenza e l’abitudine nelle case nei vicoli di tutto il mondo.

 

ennebi