IL POETARLO /22 Il destino di Veronica

 

La cortigiana a cui mi riferivo nella precedente pillola -  dedicata a madonna Gasparina - è Veronica Franco, la Padrona del suo destino dell’indimenticabile film nel 1998. Sebbene oggi alcuni testi di letteratura italiana in uso nelle scuole trattino delle poetesse del Cinquecento, il grande pubblico ne ignora ancora l’esistenza. Veronica (1546-1591), donna bella e intelligente ma non nobile, cortigiana e poetessa nella Venezia gaudente del tempo, rappresenta l’alternativa al modello tradizionale di moglie e madre e  di dama aristocratica e virtuosa. Onesta sì, ma pur sempre donna di piacere! E a niente vale il fatto che alle cortigiane sia riconosciuto nell’ambito della società il potere della cultura.  È infatti vero che il loro stile di vita autonoma è accompagnato dall’attività della scrittura e della poesia.

Veronica è talmente libera da esaltare le proprie doti amatorie senza falsi pudori, autocompiacendosi dei successi amorosi che raggiungono il culmine nel 1574 con Enrico di Valois, futuro re di Francia. A lui Veronica dedicherà due sonetti. Così venne al mio povero ricetto,/ senza pompa real ch’abbaglia e splende,/ dal fato Enrico a tal dominio eletto,/ ch’un sol mondo nol cape a noi comprende. Figurarsi che Enrico porterà con sé in Francia, come ricordo, il ritratto della bella Veronica, da molti attribuito al Tintoretto.

Raffinata intrattenitrice dei salotti culturali, Veronica era in grado di sostenere brillanti conversazioni, su musica e letteratura in particolare. La sua formazione era alta come il prezzo del suo mantenimento, tanto che fu ammessa a frequentare il salotto più prestigioso: Ca' Venier. Qui conosce il petrarchista Domenico e lo scrittore Maffio, ma fa l’errore di innamorarsi di Marco Venier: diplomatico, poeta e futuro senatore, costretto, naturalmente, a sposare una nobile del suo rango.

Accattivante ma intensa la singolar tenzone tra i due.  Al: S’io v’amo al par de la mia propria vita del Venier, lei risponde pronta: S’esser del vostro amor potessi certa. Marco elogia la bellezza di lei, che pur considera effimera, e si mostra amante sofferente per poi scoprire il suo gioco: Prenderei con le mani il forbito oro/ de le trecce, tirando de l’offesa/ pian piano in mia vendetta il fin tesoro. Ma cosa  vuole se non esortarla a preferire l’amore per lui e tralasciare la sua attività poetica? Veronica ha però il coraggio di smascherare l’ipocrisia del suo amante (e dell’intera società veneziana): sarebbe disposta a dedicarsi maggiormente a lui - è la sua onesta risposta - perché non mira alle sue ricchezze. Lei si dà solo per amore. Certe proprietati in me nascose/ vi scovrirò d’infinita dolcezza/ che prosa o verso altrui mai non espose.

Veronica è la più famosa, ma, di cortigiane ve ne furono tante: Tullia d’Aragona tra esse, figlia, naturalmente, di una cortigiana e di un cardinale, che nel 1547 pubblicò le proprie Rime.

Se è vero che il Rinascimento è caratterizzato, tra l’altro, da figure femminili al comando di Stati, è pur vero che in esso si idealizza la donna dell’amore platonico. Inutilmente sostiene nel Cortegiano Baldassarr Castiglione: tutte le cose che posson intendere gli omini, le medesime possono intender ancor le donne. Meno male, ma a nulla giova! Le occasioni di crescita culturale per le donne, volubili creature, diminuiscono, ahinoi, ulteriormente, perché… indovinate un po'? è necessaria la guida dell’uomo!

 

ennebi