IL POETARLO /25 Quale Sulpicia

Chiamarsi Sulpicia  non ha portato bene a nessuna delle due poetesse vissute nella  Roma classica: la prima,  ai tempi di Augusto, verso la fine del primo secolo a. C., e l’altra, un secolo dopo, ai tempi di Domiziano,  detta “l’altra Sulpìcia”. L’una e l’altra, cadute nell’oblio delle donne considerate inadeguate alla scrittura (mai sentito parlarne al liceo). Sono dovuti passare secoli di commenti contrastanti: poetica ed erotica scandalizzano i critici benpensanti che si sono soffermati, tuttalpiù, su un latino femminile, di certo inferiore a quello maschile -  nel caso della prima - e sul rifiuto del mito (tratto caratteristico dei poeti elegiaci) -  nel caso della seconda. Insomma, soltanto negli anni Novanta del Novecento, le due poetesse hanno ritrovato voce, ma, naturalmente, sono ancora sconosciute al grande pubblico. Potremmo definirla la maledizione del pregiudizio di genere che trova i suoi corsi e ricorsi storici.

Ma veniamo a noi: la prima Sulpicia, puella docta, educata all’eloquenza e alla poesia dallo zio Messalla, scrisse elegie d’amore che, per fortuna, oggi possiamo leggere. Il problema è che, poiché la fanciulla frequentava il circolo culturale dello zio tutore, di cui facevano parte anche Ligdamo (forse pseudonimo di Ovidio) e Tibullo, le sue sei Elegidia, dedicate all’innamorato Cerinto, sono state tramandate proprio attraverso il nome di quest’ultimo poeta nell’appendix del Corpus Tibullianum. Siamo alle solite. In una vecchia storia della letteratura latina trovo solo due righe: “ ... nulla possiamo dire per le Elegie di Sulpicia: ma se la nipote di Messalla ne è veramente l’autrice, allora dobbiamo concludere che questa sarebbe l’unica poetessa latina di cui ci è pervenuto qualcosa.” E ciò non fia d’onor  poco argomento potremmo dire con Dante”. Si pensi che soltanto  di recente le Elegidia sono state riconosciute scritte da Sulpicia e, dopo la rivalutazione di Ezra Pound, non dilettantesche! In questi rari versi d’amore, audacia di stile e di sintassi  vanno di pari passo con quella dell’eros. Sì. La fanciulla non inneggia alla virtù, ma all’amore, e non  di amor platonico si tratta! E' giunto finalmente il mio amore: / averlo tenuto nascosto, motivo di vergogna / sarebbe per me, più che se a tutti/l'avessi svelato nella sua nudità / Sono stati i miei versi / ispirati dalle Muse a convincere / Venere Citerea a portarlo a me / e a consegnarlo nelle mie braccia.

Dell’”altra Sulpìcia” - per Marziale, esempio di virtù - le poesie sono, invece, andate perse. O meglio, ci è rimasto un solo frammento di due versi. Nei suoi due epigrammi, Marziale parla di Sulpicia come autrice di poesia erotica, al tempo stesso licenziosa, per l’audacia con cui dava espressione all’elemento sessuale, ma altrettanto casta perché cantava l’amore per il proprio legittimo consorte, Calenus. Quindi: nequitia (dissolutezza erotica, parola d’ordine degli elegiaci augustei), ma anche sanctitas (probità, virtù delle matrone romane). Il rapporto tra Caleno e Sulpicia è paragonato a quello tra Numa, il secondo re di Roma, e la sua sposa, la ninfa Egeria. Marziale paragona Sulpicia alla più celebre poetessa dell’antichità, Saffo: Leggano Sulpicia tutte le ragazze / che vogliono piacere soltanto al loro uomo ,/ leggano Sulpicia tutti i mariti / che vogliono piacere soltanto alla loro sposa./ Non tira in ballo, lei ,/ il furore di Medea, non descrive il banchetto / dello scellerato Tieste; Scilla e Biblide non crede / che siano esistite: insegna invece casti e onesti amori,/ moine, affettuosità, motteggi./ Chi saprà apprezzare le sue poesie/ riconoscerà che non v’è donna più birichina,/che non v’è donna più onesta.

Il provocatorio frammento sulla soddisfazione dei  quindici anni di matrimonio dell’autrice, può essere inteso come manifesto ante litteram dell’autodeterminazione sessuale femminile. Si me cadurci restitutis fasciis / nudam Caleno concubantem proferat.

Ricapitoliamo. Una Sulpicia che inneggia al suo amante non va bene, e un’altra Sulpicia che inneggia al suo consorte non va bene.

Uomini, fateci sapere cosa vi va bene.

ennebi