
Il 21 agosto del 1925, cento anni fa, a Riga, in Lettonia, nasceva una bambina. Ha vissuto 91 anni. Ha scritto molti romanzi, tutti introvabili; per fortuna, anche se tardivamente, è iniziata una loro ripubblicazione. I padri lontani rappresenta, per l’autrice, un ritorno a se stessa, in tutti i sensi.
Partirà di nascosto, da una stazione secondaria raggiunta su di un carro - la madre fugge dal padre - guardando con dolore gli anatroccoli che non vedrà crescere, laddove si era fermata la mia infanzia sul limitare del bosco. I suoi genitori - che diventeranno fantasmi simbolici inafferrabili - si separano e lei viene portata in Italia dalla nonna in Piemonte, nelle valli valdesi, a Torre Pellice Il mio nonno lettone e la mia nonna russa sono ebrei. I miei nonni italiani – ma in realtà sono anche un po’ francesi – sono valdesi. Qui impara l’italiano. Tra il mio raccontare e il mio scrivere si apre un baratro: la lingua in cui scrivo e che adopero quotidianamente. La lingua di mia madre, divenuta forse quella dei miei sogni. Nel 1941 il padre, ebreo, la cui assenza diventa il filo conduttore della sua scrittura, viene ucciso dai nazisti - così come una sorellina che lui ha avuto da un’altra donna. Quest’assenza la sentii immediatamente come una colpa, ben prima di sapere che lo avevo lasciato nella stradina ai Dagotti per l’ultima volta, alto nel suo cappotto scuro, ritto davanti ai tedeschi che lo fucilarono a Riga nell’ottobre o novembre del 1941. Una colpa condivisa tra lui e me che entrambi non avevamo potuto conoscerci.
Nel 1962 cominciò a scrivere – il suo primo riconoscimento letterario era stato quello del prof. di italiano che sostituì in un giudizio l’iniziale sensibilità con perizia. Ben sedici titoli all’attivo fra romanzi e memoir - nel 2004 con Ritorno in Lettonia vinse il premio Grinzane Cavour. Riga non esisteva più al di fuori di me. Non c’era più un paese che avrei potuto riconoscere. Il mio ritorno mi stava davanti simile a un muro invalicabile, dietro il muro neppure le tombe.
Dopo la laurea a Torino, insegnò francese, si sposò ed ebbe quattro figli - mi sono partorita insieme ai miei figli - che oggi stanno donando il suo archivio all’Istituto piemontese per la storia della Resistenza (Istoreto) : un vero patrimonio di memorie. La donazione comprende le sue carte nonché quelle di Gianni Jarre, Clara Coisson e Annalisa Gersoni (marito, madre e sorella) attivi nella Resistenza.
Sto parlando di Marina Jarre (1925-2016), la scrittrice apolide, una delle più dimenticate del Novecento che per tutta la vita cercherà di curare le proprie ferite, ricostruendo la storia della sua famiglia - pur nella riservatezza - dopo la frammentazione dell’identità affettiva, religiosa, geografica, linguistica, in un destino condiviso con la nonna (che la educò nel culto dell’obbedienza a cui lei si ribellava), la madre (che sentì sempre nemica) e la sorella (alla quale voleva nonostante soffrisse di gelosia nei suoi confronti).
Grido e piango contro le donne che non mi furono donne piuttosto che contro gli uomini e attraverso le donne mi hanno raggiunto i padri camminando per la pietraia e mi hanno consegnato frammenti rocciosi della loro eredità.
Il non sentirsi amata, il rigore delle norme ricevute, la segneranno per sempre.
Scrivendo restituisco i miei vari strati. I dolori, come le gioie. Le frastornate vicende accadute. Scrivere è una forma di chiarezza. Di onestà con se stessi.
Nella scrittura asciutta ma intensa di Marina c’è tutto il piacere della narrazione. Negli occhi di una ragazza, il riscatto di una tredicenne, che oltrepassa il destino delle donne condannate ai lavori domestici, è tutto nella volontà di attuarlo. Ma perché vuoi andare a scuola? – chiese il padre. Non ti piace stare a casa? Stai a casa, e poi quando sei grande ti sposi , hai dei bambini. Vedi bene che puoi fare quel che vuoi, ti lascio i soldi, fai quel che vuoi. Voglio andare a scuola – disse Maria Cristina – perché è il mio diritto.
Attraverso la scrittura Marina scompone i gesti, le parole, gli eventi per scavarne il significato. Non cerca solo se stessa, ma porta con sé il lettore, nel suo viaggio a Ninive, per esempio. Riprendere il proprio nome, indossarlo e fare la propria parte fino in fondo. Un viaggio che dura tutta la vita caratterizzato da un’agitazione filosofica. È così difficile capire noi stessi. Con noi stessi non abbiamo le pause che abbiamo con gli altri. La nostra anima ci chiama. Ci chiama continuamente. Non sono io che penso. È qualcos’altro che pensa, mi sta appeso da qualche parte, me lo porto dietro e non so dov’è. Perché l’autrice non è mai riuscita, per fortuna, a separarsi dalla coscienza di sé.
Come disse in un’intervista: È l’accumulo delle cose che mi interessa. La polvere che si toglie dalla vita. E noi cerchiamo di toglierla, la polvere dai suoi libri nella soffitta dell’editoria.
Vi sono giorni in cui il cielo sopra Torino è immenso. Perché immenso è il cielo dentro Marina Jarre. L’assoluto restava dentro di me.
ennebi
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Caterina (giovedì, 21 agosto 2025 19:38)
Leggerti è sempre fonte di grandi scoperte!
nucciabenvenuto@alice.it (venerdì, 22 agosto 2025 12:40)
Grazie!